Documento ADL Cobas

Non è semplice intervenire sulla situazione attuale del sindaclismo di base ed è ancora più complicato riuscire a fornire ricette in grado di dare risposte efficaci alla crisi in atto e alle conseguenze drammatiche che la crisi sta producendo. Ancora più complicato è fornire risposte adeguate alle varie forme che assume la precarietà, intesa non semplicemente come precarietà rispetto al posto di lavoro, ma intesa anche come un insieme di aspetti della vita che esulano dal rapporto di lavoro.
Noi come ADL-Cobas siamo interni da molti anni e con una nostra autonomia al sindacalismo di base. Dal momento in cui, a partire dalle realtà lavorative nelle quali avevamo costruito percorsi di lotta (privato e P.I.) e ci eravamo posti il problema di rapportaci ad una forma-sindacato a carattere nazionale, abbiamo sempre avuto rapporti molto contraddittori, se non, a volte, anche conflittuali con la forma-sindacato a livello nazionale. E’ una storia che si ripete ciclicamente e che va ricondotta sicuramente ad un DNA che ci differenzia su questioni che attengono più ad una visione del mondo che non alla modalità dell’agire sul piano del conflitto tra capitale e lavoro e la vicenda de L’Aquila ha fatto riemergere sicuramente queste diversità di fondo. All’Aquila infatti in occasione del G8 il sindacalismo di base si è fatto promotore della manifestazione nazionale di critica al vertice assumendo un ruolo di supplenza rispetto a partiti e movimenti che a nostro avviso non gli dovrebbe essere proprio. Il problema che abbiamo di fronte oggi, è se queste differenze storiche possono trovare o meno un modo di convivere all’interno di un passaggio di fase che avrebbe dovuto dare vita ad un nuovo grande soggetto sindacale ricomposto.
Processo costituente, forma-sindacato, nuove rotture, tribunali, crisi della rappresentanza, nuovi percorsi di lotta contro la precarietà e assetto organizzativo
Da alcuni mesi a questa parte, su iniziativa della RdB/CUB è stato dato il via ad un “processo costituente” di un nuovo soggetto sindacale che ha, nelle intenzioni, quella di provare a mettere assieme tutti i principali spezzoni del sindacalismo di base per andare alla costituzione di un nuovo soggetto che sappia farsi interprete del bisogno di dare risposte efficaci alla crisi in atto e alle aspettative di milioni di persone che dalla crisi sono stati colpiti.
Come ADL, abbiamo partecipato alla prima assemblea del processo costituente. abbiamo partecipato al primo incontro del Comitato Costituente e abbiamo prodotto un documento scritto come contributo al dibattito cercando di porre alcuni elementi di riflessione maturati a partire anche dalle esperienze dirette che in questi anni abbiamo maturato.
Abbiamo posto il problema che all’interno della crisi e dei processi si scomposizione della classe in atto ormai da molti anni, è indispensabile cogliere il fatto che ciò che conta è la sostanza delle forme d’organizzazione più che la forma. Per ciò abbiamo sostenuto che ad esempio, la forma d’organizzazione nazionale del nuovo soggetto ha senso solo se è strumentale ad ottenere vantaggi sul piano dei diritti sindacali; abbiamo cercato di introdurre il concetto che la stessa categorialità oggi è in crisi e deve essere superata proprio perché le forme del lavoro precario attraversano tutti i comparti del lavoro e dunque, come peraltro sta avvenendo all’interno della crisi, la difesa del posto di lavoro per il lavoratore metalmeccanico assunto con contratto a tempo indeterminato, è diversa dalla lotta di un lavoratore che da anni lavora all’interno della stessa fabbrica, ma è dipendente di una agenzia od è socio di una cooperativa. Va quindi indirizzato un grosso sforzo di innovazione anche su questo terreno.
Abbiamo poi rilevato che nell’affrontare il tema della precarietà, non come semplicemente precarietà rispetto al lavoro,ma come precarietà delle condizioni generali di vita, sarebbe sicuramente limitativo fermarsi alla precarietà rispetto al lavoro. Abbiamo sostenuto che le lotte, pure importanti, sui posti di lavoro, o sono in grado di relazionarsi almeno con alcune delle problematiche sociali che determinano la qualità della vita, oppure è evidente che l’agire solo sul terreno del conflitto tra capitale e lavoro sarebbe estremamente riduttivo. Per questi motivi abbiamo detto è fondamentale pensare a forme organizzative in grado di relazionarsi con l’interezza delle condizioni di vita legate alla riproduzione e non è possibile pensare ad una estensione al sociale della forma sindacato, ma è necessario pensare ed agire in una prospettiva di creazione di forme organizzative adatte alla costruzione di dinamiche da movimento di lotta e pensare alla forma-sindacato come ad uno strumento da usare, come si usa la macchina o un qualsiasi altro mezzo di trasporto per raggiungere un determinato luogo, sapendo che bisogna essere sempre in grado di scegliere il mezzo più adatto per raggiungere lo scopo.
Abbiamo parlato di territorialità come elemento fondamentale per concepire i tanti “processi costituenti” di una pluralità di soggetti sociali in grado di essere punti di riferimento ricompositivi. Una scommessa di questo tipo presuppone una impostazione teorica che pone la forma-sindacato solo come strumento al servizio di un processo ricompositivo molto più ampio. Certo, nel momento in cui sei un soggetto sindacale è difficile concepirsi come qualcosa d’altro, ma allo stesso tempo, proprio perché oggi è in atto, in generale, una crisi profonda della rappresentanza, che coinvolge tutti, partiti e sindacati, è necessario, a partire dalla costituzione di qualcosa di nuovo, eliminare tutti quegli aspetti sovrastrutturali, burocratici e di forma che, di per sé, impediscono di poter volare più alto.
Abbiamo sottolineato che nella costruzione di un nuovo soggetto, fatte salve le funzioni, ridotte all’osso del livello nazionale, tutto l’impianto organizzativo deve essere funzionale allo sviluppo del radicamento territoriale sulla base di tre punti cardine: autonomia, autoorganizzazione, indipendenza.
Autonomia prima di tutto da partiti e partitini più o meno dichiarati, perchè compito del nuovo soggetto è prima di tutto quello di sviluppare l’autonomia delle pratiche sociali e dei comportamenti di classe, dalle logiche delle compatibilità capitalistiche.
Autoorganizzazione, come presupposto fondante dei percorsi di lotta, con cui tutte le forme e le strutture sindacali devono relazionarsi. L’obiettivo non deve essere solo quello di creare un sindacato più radicale, ma di utilizzare tutte le forme organizzative più adeguate al contesto sociale e lavorativo per costruire autoorganizzazione ovunque e contribuire alla nascita e al rafforzamento di movimenti di massa che sappiano produrre processi di rottura e di trasformazione del presente.
Indipendenza e autodeterminazione come percorso da costruire nei territori in grado di affrontare tutte le problematiche delle attuali condizioni di vita che sono interamente dipendenti da un sistema di produzione globalizzato che non fa altro che omologare tutto, distruggendo le biodiversità, e approvvigionandosi a fonti di energia che stanno compromettendo l’equilibrio naturale del pianeta. Non è una questione di poco conto e la lotta contro la precarietà non può prescindere dal porsi il problema dell’agricoltura, del ciclo dei rifiuti, delle fonti di energia, a partire dalla lotta contro la scelta di ritornare al nucleare, dei saperi subordinati alle logiche del profitto, della prevenzione sul terreno della salute, dell’acqua, e chi più ne ha più ne metta.
Tribunali e nuove rotture.
Avevamo già sottolineato nel contributo inviato al “Comitato Costituente” come fosse qualcosa di estremamente stridente con il processo costituente il fatto che una disputa che dovrebbe essere interamente di carattere politico e che dovrebbe puntare a superare le forme sclerotizzate delle mille divisioni e frazionamenti di gruppi e gruppetti, siano essi di carattere partitico o sindacale, abbia poi invece avuto un risvolto alquanto imbarazzante sul fronte giudiziario. E’ chiaro che l’arrivare a rivolgersi ai Tribunali dello Stato per vedersi tutelati sulla prospettiva di poter usare un logo piuttosto che un altro, è un qualcosa che attiene ad una impostazione di fondo che vede la forma come sostanza.
Dobbiamo dirlo con molta franchezza, che ci è sembrato un po’ grottesca questa battaglia giocata a suon di carte bollate, gestita e rivendicata poi come grande vittoria perché ha annullato gli effetti che avrebbe potuto avere sul piano formale una certa assemblea. Ci è sembrato altrettanto grottesco che una parte abbia pensato di bypassare i problemi politici imponendo all’altra parte la costituzione formale di un qualcosa che non era accettato. Insomma, un gran casino. Al di là dell’esito finale di queste dispute a suon di forzature organizzative fittizie e di ricorsi ai tribunali, è chiaro che il sindacalismo di base, nel suo insieme, non trae sicuramente giovamento da questa disputa giocata all’interno dei tribunali.
Per quanto ci riguarda, siamo stati spettatori passivi di questo spettacolo poco edificante e non ci nascondiamo che proviamo un certo imbarazzo nel dare risposte a lavoratori che ci chiedono cosa sta succedendo. Tutto questo va detto al di là dell’esito che avranno le dispute giudiziarie, in quanto è evidente che, nel momento in cui si è scelta questa strada si era già messo in conto tutto ciò. Ed è questo il problema. Ora che dalla disputa all’interno di RdB/CUB scaturisca, da una parte un nuovo soggetto che mette insieme RdB con SdL e Snater e dall’altra separi la Cub di Milano e che da tutto ciò il sindacalismo di base e il movimento di lotta in Italia ne possano trarre un grande giovamento, è quanto meno, dubbio.
Ma ciò che interessa a noi che nel P.I siamo direttamente RdB e che, per ovvie ragioni, abbiamo sempre avuto rapporti anche con la CUB di Milano, legati a dinamiche oggettive dei posti di lavoro e che, a livello territoriale, operiamo costantemente per tenere assieme ciò che esiste in termini di sindacalismo di base, è se esiste uno spazio all’interno della costituzione del nuovo soggetto, che possa far convivere le istanze delle quali ci facciamo interpreti e sulle quali , peraltro, non abbiamo ancora ottenuto risposte.
Crisi della rappresentanza, nuovi percorsi di lotta contro la precarietà ed assetto organizzativo.
E’ sotto gli occhi di tutti che, a fronte di una crisi che sta producendo una nuova grande scomposizione di classe, vi è anche una crisi nella rappresentanza dei soggetti sociali, sia sul piano politico che su quello sindacale. Non è un caso che, nel momento in cui si riduce il potere contrattuale a tutti i livelli, si estendono forme di lotta che servono a tamponare l’emorragia, piuttosto che a curare la ferita per guarire. Come abbiamo già detto, vi è oggi la necessità di aprirsi ad una nuova prospettiva storica, nella quale la resistenza, fondamentale e legittima, contro processi ristrutturativi che producono nuove povertà, si possa coniugare con lotte che sappiano porre al primo posto una nuova frontiera per il superamento della crisi che deve partire da una capacità di pensare alla precarietà e alla crisi, non semplicemente come precarietà del lavoro ma come precarietà della vita nel suo insieme e alla crisi come ad una opportunità per creare i presupposti del superamento della forma dello sfruttamento capitalistico .
E’ iniziando dalla crisi climatica, ambientale, energetica, che vanno indirizzati gli sforzi per sperimentare, innovare, produrre senso nelle battaglie che si fanno nell’intreccio con le problematiche legate ai rapporti di lavoro. In questo senso, per noi, il territorio, concepito non come Comune, Provincia, Regione e Nazione, ma come l’insieme delle soggettività che condividono questo impianto di ragionamento, deve diventare il terreno privilegiato di sperimentazioni di nuovi processi costituenti in difesa dei beni comuni.
E’ su questo terreno che vorremmo collocare il dibattito sulla forma-sindacato con tutti e al di là dell’esito della nuova forma che assumeranno RdB, Cub, SdL.
Tutto ciò significa pertanto che, il nostro modo di stare dentro al dibattito anche sulla forma che dovrà assumere il “nuovo soggetto sindacale” nasce da questi elementi di riflessione. Pertanto è evidente che, al di là di quelle che sono alcune scadenze sindacali nazionali, decise dal Patto di Base, dobbiamo chiarire quelli che sono gli spazi di autonomia nel muoversi all’interno dei territori, in un rapporto dialettico con le strutture nazionali e senza dover rispondere a forme di direzione centralizzata.
Non è un problema se dobbiamo chiamarci tutti, a livello nazionale allo stesso modo o meno, non è appunto una questione nominalistica, è una questione di sostanza, di autonomia vera, di capacità di progettazione sul piano territoriale di lotte che sappiano porsi all’altezza di quello che abbiamo esposto. Progettualità che vuol dire anche indipendenza economica, fatti salvi alcuni obblighi legati a scadenze e dinamiche organizzative indispensabili di tipo nazionale, per costruire qualcosa che non dipenda da sostentamenti forzosi.
Progettualità significa anche confrontarsi se vogliamo che ci siano liste comuni del sindacalismo di base alle elezioni RSU di novembre 2010 in tutto il Pubblico Impiego. Infatti si passerà dagli attuali 10 comparti a solo 4 e lì si giocherà la partita se il sindacalismo di base avrà dei diritti all’interno dei circa 3.500.000 dipendenti pubblici.
E in questo contesto di scomposizione dei comparti storici del pubblico impiego e di una loro ridefinizione e riduzione a 4 è evidente, a nostro avviso, che la logica verticale nel lavoro sindacale all’interno dei comparti deve essere la più leggera possibile mentre invece vanno sviluppate tutte le intersezioni possibili tra comparti diversi a livello territoriale.
Perché non concepire infine i diritti sindacali come un terreno comune, uno spazio di libertà agibile per l’autoorganizzazione dei lavoratori nel proprio posto di lavoro? Le elezioni di novembre 2010 costituiscono la prima volta che tutti i dipendenti pubblici, scuola compresa, avranno l’elezione dei delegati rsu negli stessi giorni, quale occasione migliore per porre in maniera comune a tutto il sindacalismo di base la critica allo svuotamento dei pochi poteri finora in capo alle rsu (organizzazione del lavoro e salario accessorio)?
E’ su questi terreni che vorremmo incentrare la discussione, sapendo fin d’ora che anche a livello del Veneto, in relazione a quello che esiste sul terreno del sindacalismo di base e nello specifico della composizione RdB/CUB, mentre è possibile un linguaggio comune sul terreno dell’attività prettamente sindacale, è ben difficile trovare sintonia con qualche situazione, quando si parla d’altro. A noi non interessa prestarci a dibattiti che non hanno possibilità di sbocco. Sul piano regionale, all’interno di questo contesto, ci interessa sviluppare esclusivamente ciò che attiene ad una oggettiva necessità di coordinare le iniziative sul piano delle vertenze sindacali che possono avere un respiro regionale. Tutto il resto ci interessa veramente poco e ancora meno ci interessa alimentare polemiche in questo senso
per ADL-Cobas Stefano Pieretti, Celestino Giacon, Gianni Boetto
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